È nella relazione che si costruisce la consapevolezza.
Ci sono parti di te che non vogliono essere viste, che non accetti o che hai imparato a nascondere per essere amata.
Ci sono parti di te che non puoi vedere, non si può essere osservato e osservatore insieme.
Ci sono parti di te che emergono solo nella relazione, dove l’altro non ti completa ma ti riflette.
Non puoi sapere davvero come ami senza qualcuno da amare, non puoi vedere certe ferite finché non vengono sfiorate, non puoi scoprire certi meccanismi di difesa finché qualcuno non li attiva.
Io sono qui per farti da specchio e per aiutarti a prendere coscienza di chi sei, cosa vuoi e come puoi ottenerlo.
Quando osservo i miei figli qualcosa di prorompente esplode dentro di me, credo sia ammirazione mista a gratitudine e amore infinito, e riesco a pensare ad una cosa sola: ho tanto da imparare.
Siamo così impegnati a rimproverare, a guidare, a correggere i nostri figli che ci fermiamo davvero poco mai a riflettere su ciò che loro hanno da insegnare a noi.
I bambini sono risorsa, sono futuro, sono poesia.
Spesso l’esasperazione ci porta a perdere il senso profondo dell’essere genitori, a non vedere più la fortuna e anche la responsabilità che abbiamo tra le mani.
Davanti a noi accade la magia, giorno dopo giorno, e dobbiamo imparare a non darla per scontata!
Il gioco è il lavoro del bambino diceva Maria Montessori. E in effetti giocare è per i bambini il modo più naturale e sano di conoscere il mondo, di sperimentare, di fare per sbagliare e poi ripetere per imparare.
Le neuroscienze hanno confermato che dove manca il gioco ed uno stretto contatto fisico con i genitori, il volume del cervello è notevolmente inferiore alla norma.
Per me il gioco è il punto di contatto per eccellenza coi più piccoli, permette di parlare il loro stesso linguaggio e di educare attraverso il divertimento.
E nei miei percorsi è spesso la chiave di volta per affrontare situazioni difficili e prevenire o ammorbidire anche le crisi più intense.
Lera Boroditsky dice «Il linguaggio crea aspettative che influenzano la nostra percezione del mondo, anche perché usiamo il linguaggio per pensare a noi stessi e al mondo».
Etichette, critiche, giudizi, paragoni, sono solo alcune delle barriere che alziamo con l’altro. E le parole dette e ascoltate costruiscono la nostra realtà.
Un bambino può liberare tutto il suo potenziale, se pensato e raccontato come capace, così come può convincersi di non essere all’altezza e rinunciare ai propri sogni, se abituato a sentirsi apostrofare con etichette o nomignoli che ci sembrano simpatici ma che si possono attaccare alla sua identità.
Lavorare sul modo in cui comunichiamo è necessario per avere cura della relazione, forse sopra ogni altra cosa.
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.
Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito,
e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.
Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.
I figli – Kahlil Gibran